shakshuka
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Shakshuka

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C’è qualcosa di profondamente affascinante nei piatti che attraversano i confini senza bisogno di passaporto. La shakshuka è uno di questi: una ricetta che nasce in Nord Africa, cresce in Medio Oriente e finisce per parlare una lingua universale, quella del comfort food. È uno di quei piatti che ti fanno sentire a casa anche quando sei lontano, che raccontano storie di viaggi, migrazioni, contaminazioni. E forse è proprio questo il segreto della sua magia.

Quando si parla di cucina, spesso si tende a delimitare: questo è italiano, questo è marocchino, questo è israeliano. Ma la verità è che le cucine più interessanti sono proprio quelle che nascono dall’incontro. La shakshuka ne è un esempio perfetto. Originaria del Maghreb – tra Tunisia, Libia e Algeria – questa preparazione è arrivata in Israele grazie alle comunità ebraiche nordafricane e lì ha trovato una seconda casa, diventando uno dei piatti più amati e rappresentativi.

Eppure, ridurre la shakshuka a una sola identità sarebbe limitante. Basta viaggiare – o anche solo curiosare tra ricette e racconti – per scoprire quante versioni esistono. In Tunisia, ad esempio, può essere più piccante, arricchita con harissa e talvolta con carne. In Israele, invece, si tende a trovare versioni più “pulite”, con pomodoro, cumino e paprika, spesso servite direttamente nella padella fumante, accompagnate da pane caldo pronto a raccogliere ogni goccia di sugo.

Questa capacità di adattarsi, di trasformarsi senza perdere la propria anima, è ciò che rende la shakshuka un simbolo perfetto della cucina senza confini. Ogni paese la accoglie e la reinterpreta, aggiungendo un tassello alla sua storia.

Se ci pensi, è un po’ quello che succede anche con altri piatti di altre culture. Gli huevos rancheros messicani, ad esempio, condividono l’idea di base: uova, salsa di pomodoro, una componente piccante. Cambiano gli ingredienti – tortillas, fagioli, peperoncini locali – ma il concetto resta. Lo stesso vale per il pisto manchego spagnolo, dove le verdure stufate diventano un letto perfetto per un uovo. E poi, naturalmente, le nostre uova in purgatorio: pomodoro, uova, semplicità e gusto.

È come se esistesse una memoria collettiva del cibo, una sorta di linguaggio comune fatto di ingredienti semplici e combinazioni intuitive. Uova e pomodoro, ad esempio, sono un duo che attraversa continenti e culture. Economici, accessibili, nutrienti: due ingredienti che, insieme, riescono a creare qualcosa di incredibilmente appagante.

Ma la shakshuka ha qualcosa in più. Forse è l’uso delle spezie – cumino, paprika, a volte coriandolo – che la rendono immediatamente riconoscibile. O forse è il modo in cui viene servita: quella padella portata in tavola ancora sfrigolante, con le uova appena rapprese e il sugo che profuma tutta la stanza. È un piatto conviviale, che invita a condividere, a fare scarpetta, a rallentare.

Ed è proprio questo aspetto conviviale che mi fa pensare alla shakshuka come a un piatto “ponte”. In Medio Oriente, il cibo è spesso un momento di incontro, di scambio, di ospitalità. Sedersi attorno a un tavolo e condividere piatti semplici ma ricchi di sapore è un gesto profondamente radicato nella cultura. La shakshuka, con la sua semplicità e generosità, incarna perfettamente questo spirito.

Prepararla è quasi un rituale. Si parte da un soffritto – cipolla, aglio – poi si aggiungono i pomodori, le spezie, e si lascia cuocere lentamente finché il sugo non diventa denso e profumato. A quel punto si creano delle piccole cavità e si rompono le uova direttamente nella salsa. Bastano pochi minuti, giusto il tempo che gli albumi si rapprendano e i tuorli restino morbidi. E poi via, in tavola.

Non serve altro. O meglio, quasi. Perché il pane è fondamentale. Che sia pita, pane casereccio o semplicemente una fetta abbrustolita, è lui il vero protagonista nascosto: quello che raccoglie il sugo, che completa il piatto, che trasforma ogni boccone in un’esperienza.

E qui torniamo al concetto di cucina senza confini. Perché anche il pane cambia, si adatta, racconta un territorio. In Medio Oriente troviamo la pita, in Italia useremmo magari una pagnotta rustica, in altri paesi ancora tortillas o focacce. Eppure, il gesto resta lo stesso: prendere un pezzo di pane e usarlo per raccogliere il cibo. Un gesto antico, universale.

Quello che amo della shakshuka è anche la sua capacità di essere reinterpretata senza mai perdere la propria identità. Puoi aggiungere peperoni, puoi arricchirla con feta sbriciolata, olive, erbe fresche. Puoi renderla più piccante o più delicata. Puoi persino sperimentare versioni “verdi” con spinaci o zucchine. E ogni volta sarà diversa, ma sempre riconoscibile.

Questo la rende perfetta anche per chi ama viaggiare attraverso il cibo. Non serve prendere un aereo per sentirsi altrove: a volte basta una padella, qualche spezia e un po’ di curiosità. Preparare una shakshuka a casa è un po’ come fare un piccolo viaggio tra i profumi e i sapori del Medio Oriente. E forse è proprio questo il bello della cucina: la sua capacità di unire. In un mondo che spesso sembra diviso, il cibo resta uno dei pochi linguaggi davvero universali. Non importa da dove vieni, che lingua parli, quali siano le tue abitudini: sedersi a tavola e condividere un pasto è qualcosa che ci accomuna tutti.

La shakshuka, con la sua storia e la sua semplicità, ci ricorda proprio questo. Che le differenze possono diventare ricchezza, che le tradizioni possono incontrarsi e trasformarsi, che un piatto può viaggiare e cambiare senza perdere la propria anima. E allora sì, “tutto il mondo è paese”. Ma forse, ancora di più, tutto il mondo è cucina.

E in quella padella di shakshuka, fumante e profumata, c’è un piccolo assaggio di questo mondo: mescolato, contaminato, meravigliosamente condiviso.

shakshuka
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Se non si era contra capito, ho una vera passione per le tradizioni e la cucina mediorientale e, ovviamante, il mio chef di riferimento è Yotam Ottoleghi, vi lascio il link al suo sito e alla sua shakshuka mentre adesso andiamo insieme a preparare la mia versione, nell’attesa – prima o poi – si andare ad assaggiarla in qualche ristorante di Tel Aviv.

shakshuka

Shakshuka

Preparazione 30 minuti
Portata piatto unico, Portata principale, primo piatto, secondo piatto
Cucina Israeliana, mediorientale
Porzioni 2 persone

Ingredienti
  

  • 4 uova fresche
  • 1/2 cipolla
  • 1/2 peperone rosso
  • 200 gr passata di pomodoro
  • 1 cucchiaio concentrato di pomodoro
  • 1 cucchiaino cumino in polvere
  • 1 cucchiaino di paprika dolce
  • q.b. peperoncino
  • 1/2 limone
  • q.b. olio extravergine d'oliva
  • q.b. sale
  • q.b. coriandolo o prezzemolo

Istruzioni
 

  • In una padella dai bordi alti e abbastanza capiente (puoi utilizzare una padella antiaderete o una cocotte in ghisa) fai appassire per qualche minuto la cipolla tagliata grossolanamente con un filo d'olio.
  • Aggiungi il peperone, percedentemente privato sei semi e dalla parte bianca interna (io non ho utilizzato il peperone ma voglio comunque darti la ricetta completa), aggiungi la passata di pomodoro, il concetrato, il cumino, la paprika, il peperoncino e aggiusta di sale, poi copri con mezzo bicchere d'acqua.
  • Cuoci a fiamma dolce finchè le verdure non saranno cotte e il sugo non si sarà rappreso, mescolando di tanto in tanto. Quando il sugo sarà pronto aggiungi il succo del limone, e a questo punto è arrivato il momento di unire anche le uova.
  • Puoi procedere rompendo direttamente le uova nel sugo oppure puoi romperne una alla volta in una ciotolina e poi versarlo lentamente in padella, come ti senti più sicuro! Fai un piccolo spazio nel sugo così da accogliere l'uovo e versalo all'interno senza rompere il tuorlo. Copri la padella con un coperchio e cuoci per qualche minuto finchè l'albume non sarà diventato bianco ma il tuorlo ancora morbido.
  • Togli dal fuoco e guarnisci la shakshuka con del coriandolo o del prezzemolo tritato. Servi immediatamente mettendo al centro della tavola la padella.
Parole chiave cucina mediorientale, israele, piatto unico, pomodori, primo piatto, secondo piatto, uova

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